Postindustriale

Postindustriale

quando la fabbrica smette di essere il centro del mondo: il design dei servizi, dell'informazione e delle piccole serie dagli anni Settanta a oggi

PurplePrice Mag · · 3 min di lettura

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Postindustriale è il termine con cui i sociologi descrivono la società che, a partire dagli anni Settanta, supera l'epoca della grande industria. Nei paesi più ricchi la ricchezza non viene più soprattutto dalle fabbriche che producono beni in serie, ma dai servizi, dall'informazione e dalla conoscenza. Per il design, nato proprio come progetto per l'industria, è una trasformazione profonda: cambiano gli oggetti, il modo di produrli e perfino che cosa significhi progettare.

Una nuova società

Il primo grande studio sulla società postindustriale è del sociologo francese Alain Touraine, che pubblica nel 1969 La società postindustriale. Il termine diventa famoso con l'americano Daniel Bell e il suo The Coming of Post-Industrial Society, uscito all'inizio degli anni Settanta: il lavoro si sposta dalla catena di montaggio agli uffici, ai laboratori di ricerca, alla comunicazione. La crisi petrolifera del 1973 e la diffusione dell'elettronica accelerano il cambiamento.

La forma non segue più la funzione

Il design industriale del Novecento si basava sulla grande serie: un modello unico, prodotto in milioni di pezzi identici, con una forma che rispecchiava il meccanismo interno. L'elettronica cambia le regole. Un circuito miniaturizzato non ha una forma propria: una radio, una calcolatrice o un lettore musicale possono avere qualsiasi aspetto. Il Walkman di Sony (1979), che trasforma l'ascolto della musica in un'esperienza personale e portatile, è uno dei simboli di questa svolta: il valore di un oggetto sta sempre più nel servizio e nell'esperienza che offre, non nel suo meccanismo. Allo stesso tempo le nuove tecnologie produttive permettono piccole serie e variazioni, adatte a un pubblico che non vuole più prodotti tutti uguali.

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Il «Nuovo design» italiano

In Italia la riflessione sul postindustriale è guidata soprattutto da Andrea Branzi, già fondatore di Archizoom e protagonista del Radical design. Nel libro La casa calda (1984) racconta il «Nuovo design» italiano degli anni Ottanta, da Alchimia a Memphis: oggetti prodotti in piccole serie, carichi di significati, decorazioni ed emozioni, pensati per una società fatta di tanti gruppi e gusti diversi. Nel 1982 nasce a Milano la Domus Academy, una scuola post-laurea di design di cui Branzi è il primo direttore culturale, con il contributo di Alessandro Mendini, Ettore Sottsass e Pierre Restany: è uno dei primi luoghi in cui si insegna il design per la società postindustriale, dalla moda ai servizi.

Dal prodotto al servizio

Il design postindustriale non si occupa solo di oggetti fisici. Si progettano sempre più servizi, interfacce, esperienze e sistemi: il percorso di un cliente in una banca, l'uso di un sito o di un'applicazione, l'identità di un'azienda. Il computer personale, da Olivetti ad Apple, porta il design nel mondo dell'informazione, e oggi l'interaction design e il service design sono discipline a sé. La riflessione sul postindustriale ha aperto anche la strada a un'altra domanda: come produrre e consumare meno, e meglio, cioè il Green design.

Fonti

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